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mercoledì 15 ottobre 2008

prigioniero di Gomorra



ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".



Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

Estratto da Repubblica.it


Saviano eroe, martire, capro, pazzo, o cos'altro?

giovedì 26 giugno 2008

Atto terzo scena seconda.


- Di la battuta, mi raccomando, come io te l'ho letta, varia, giocata sulla lingua: per sentirla berciare, come troppi attori fanno, tanto varrebbe affidassi i miei versi al banditore di piazza. E non trinciare l'aria con le mani, così, ma gestisci con garbo, perchè nel torrente, nella tempesta, nel turbine, diciamo, della passione, sta in voi trovare e rendere una misura che le dia grazia. Oh, mi ferisce fino in fondo all'anima sentire un guitto imparruccato snaturare una passione, metterla in pezzi, in proiettili, per spaccare i tempani degli spettatori, i quali generalmente d'altro non sono avidi che d'inesplicabili contorsioni e rumori.
Attento però a non restarmi sottotono. Lasciate che il gusto sia la vostra guida; misurate il gesto sulla parola, la parola sul gesto, con la regola di non soverchiare mai la modestia di natura: perchè l'errore di chi vuol far troppo estraneo al concetto dell'arte drammatica la quale, in origine come ora, aveva ed ha lo scopo di porgere, di ricreare uno specchio alla vita, mostrando alla virtù la sua immagine, al vizio la sua guisa, e alla società la sua struttura, come il tempo la determina. Invece l'esagerazione o la sciatteria, se muovono al riso il pubblico della domenica, non possono che spiacere all'intenditore, della cui censura dovete fare più conto che degli applausi di un teatro esautiro. [...]


Monologo. Indovinate da cosa è tratto! :D

giovedì 19 giugno 2008

NON TI AVVICINARE


Questa poesia l'ho trovata su un sito e mi è piaciuta particolarmente (per evitare seghe mentali di qualcuno dico che non riflette assolutamente il mio attuale pensiero eheh)

No, non t'avvicinare!
E' meglio da lontano
ch'io li ami e desideri i tuoi occhi
solo quando si attende
appare bella la felicità,
e non cercata ci manda un suo cenno.
No, non t'avvicinare!
E' molto più suadente
questo fremito dolce di paura e d'attesa.
ed e' molto più bello
ciò che a lungo s'insegue
e il suo presentimento che ci turba.
No, non t'avvicinare!
Perché farlo e a che scopo?
Soltanto da lontano tutto splende
come una stella, tutto
ci incanta da lontano.
No, non avvicinarmeli i tuoi occhi.

Desanka Maksimovic

martedì 10 giugno 2008

Canzone di gente in cammino

Dietro è la casa, davanti a noi il mondo,
E mille son le vie che attendon, sullo sfondo
Di ombre, vespri e notti, il brillar delle stelle.
Davanti allor la casa, e dietro a noi il mondo,
Tornar potremo a casa con passo infin giocondo.
Ombre e crepuscolo, nuvole e foschie
Sbiadiranno via! Sbiadiranno via!
Fuoco e luce, da bere e da mangiare,
Così tutti a letto poi potremo andare!

J.R.R. Tolkien

martedì 20 maggio 2008

Cos'è l'amore

Quando ti chiedi cos'è l'amore,
immagina due mani ardenti
che si incontrano,
due sguardi perduti l'uno nell'altro,
due cuori che tremano
di fronte all'immensità di un sentimento,
e poche parole
per rendere eterno un istante.

Alan Douar

martedì 6 maggio 2008

Soneto XVII


No te amo como se fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
secretamente, entre la sombra y el alma.

Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
el apretado aroma que ascendió de la tierra.

Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
así te amo porque no sé amar de otra manera,

sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
tan cerca que se cierran tu ojos con mi sueño.


(Pablo Neruda)
TRADUZIONE:

Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, nè quando, nè da dove,
t'amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

mercoledì 30 aprile 2008

Tuo fratello morì giovane; tu eri...


Di Eugenio Montale

da Satura, Xenia I

13*


Tuo fratello morì giovane; tu eri
la bimba scarruffata che mi guarda
“in posa” nell’ovale di un ritratto.
Scrisse musiche inedite, inaudite,
oggi sepolte in un baule o andate
al macero. Forse le riinventa
qualcuno inconsapevole, se ciò ch’è scritto è scritto.
L’amavo senza averlo conosciuto.
Fuori di te nessuno lo ricordava.
Non ho fatto ricerche: ora è inutile.
Dopo di te sono rimasto il solo
per cui egli è esistito. Ma è possibile,
lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi.


lunedì 28 aprile 2008

I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell'abbagliante splendore del loro primo amore.

(J. Prèvert)

domenica 20 aprile 2008

Notturno

Una persona speciale mi ha detto questa poesia di Juan Ramon Jiménez e io la passo a voi sperando che vi piaccia.
A me ha fatto vibrare la pelle e tremare il cuore. :)

Ti bacerò
nell'ombra
senza che il tuo corpo sfiori
il mio corpo
abbasserò le tende,
perchè neanche la nebbia
possa entrare.
E nella morte assoluta
di tutto esista solo
un nuovo mondo,
il mio bacio.

(Juan Ramon Jiménez)

sabato 12 aprile 2008

Come ti amo?

Come ti amo?
Come ti amo? - Come ti amo?
Lascia che ti annoveri i modi.
Ti amo fino agli estremi di profondità, di altura e di estensione che l’anima mia può raggiungere, quando al di là del corporeo tocco i confini dell’Essere e della Grazia Ideale.
Ti amo entro la sfera delle necessità quotidiane, alla luce del giorno e al lume di candela.
Ti amo liberamente, come gli uomini che lottano per la Giustizia;
Ti amo con la stessa purezza con cui essi rifuggono dalla lode;
Ti amo con la passione delle trascorse sofferenze e quella che fanciulla mettevo nella fede;
Ti amo con quell’amore che credevo aver smarrito coi miei santi perduti,
- ti amo col respiro, i sorrisi, le lacrime dell’intera mia vita! - e, se Dio vuole, ancor meglio t’amerò dopo la morte.

Elizabeth Barrett Browning

venerdì 4 aprile 2008

Montale


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.


Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


(Eugenio Montale)

domenica 9 marzo 2008

La voce a te dovuta

Il modo tuo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio.
I tuoi baci sono offrirmi le labbra perché io le baci.
Mai parole o abbracci mi diranno che esistevi e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi; tu, no.
E sto abbracciato a te senza chiederti nulla,
per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire con domande, con carezze,
quella solitudine immensa d'amarti solo io.

Pedro Salinas

lunedì 3 marzo 2008

Test di Italiano


Volete testare il vostro grado di conoscenza dell'italiano?

www.ladante.it

Andate su questo sito e divertitevi! :D

Io ho fatto i primi test del livello C (livello basso basso)

giovedì 28 febbraio 2008

La Tessitrice

La tessitrice

Mi son seduto su la panchetta
come una volta...quanti anni fa?
Ella, come una volta, s'è stretta
su la panchetta.
E non il suono d'una parola;
solo un sorriso tutto pietà.
La bianca mano lascia la spola.
Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d'un cenno muto:
Come hai potuto?
Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a sè.
Muta la spola passa e ripassa.
Piango, e le chiedo: Perchè non suona
dunque l'arguto pettine più?
Ella mi fissa timida e buona:
Perchè non suona?
E piange, piange...Mio dolce amore,
non t'hanno detto? non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore.
Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so:
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormirò.
(G. Pascoli)

venerdì 7 dicembre 2007

Monologo


Dopo aver disertato a lungo ecco che ritorno con un monologo intenso. A voi capire di chi è e cos'è, ma è molto facile.

Addio. Sa il cielo se mai ci rivedremo. Un brivido sottile di paura mi corre per le vene, che quasi mi raggela tutto il mio color di vita. Ora la richiamo per darmi conforto. Balia! Che potrebbe fare qui, lei? La mia lugubre scena me la devo recitare da sola. Vieni, fiala. E se poi questa mistura non agisse affatto? Allora domattina, devo sposarmi. No, no: questo lo impedirà. E se fosse un veleno che il frate mi ha procurato a tradimento, per farmi morire, ed evitare così il suo disonore per questo matrimonio? Ho paura che sia così; eppure, no, non potrebbe essere: chè sempre è stato ritenuto un sant’uomo. Non voglio accogliere un così brutto pensiero. E se quando sarò giù nella cripta mi sveglio prima che giunga Romeo a liberarmi? Orrenda idea! Rimaner chiusa in quella cripta bassa, che nella sua fetida gola non accoglie filo d’aria pura, e li morire soffocata prima che giunga il mio Romeo? E, se pur resto viva, non è molto probabile che di notte...per la sinistra presenza della morte unita al terrore del luogo...in quella cripta, antico ricettacolo dove son venute ammonticchiando per tutti questi secoli le ossa degli avi qui sepolti...dove Tibaldo, ancora fresco di terra, tutto intriso di sangue, sta corrompendosi nel suo sudario; dove in certe ore della notte, dicono, si dan convegno i fantasmi...O se mi sveglio, in mezzo a tanti terrori non perderò la ragione? E, come pazza, non mi metterò a giocare con le ossa dei miei avi e a tirar fuori dal suo sudario il corpo del trafitto Tibaldo? Oh, ecco, ecco, lì, lo spettro di mio cugino Tibaldo che insegue Romeo: quello che lo ha passato da parte a parte colla sua spada. No, Tibaldo, no! Eccomi, Romeo: ecco: bevo a te.

Facile no?

sabato 24 novembre 2007

Il Pianto della Madonna


Il pianto della Madonna

Nunzio
Donna del paradiso,
lo tuo figliolo è priso,
Jesu Cristo beato.
Accurre, donna, e vide

che la gente l'allide!

credo che 'llo s'occide,
tanto l'on flagellato.

Madonna
Como esser porrìa
che non fece mai follia,
Cristo, la speme mia,

om' l'avesse pigliato ?

Nunzio
Madonna, egli è traduto,

Juda sì l'ha venduto
trenta denar n'ha 'vuto,
fatto n'ha gran mercato.

Madonna
Succurri, Magdalena,

gionta m'è adosso piena!
Cristo figlio se mena,
como m'è annunziato.

Nunzio
Succurri, Donna, aiuta!

ch'al tuo figlio se sputa
e la gente lo muta,
hanlo dato a Pilato.

Madonna
O Pilato, non fare
lo figlio mio tormentare,

ch'io te posso mostrare
como a torto è accusato.

Popolo
Crucifige, crucifige!

Omo che se fa rege,
secondo nostra lege,

contradice al senato.

Madonna
Priego che m'entendàti,

nel mio dolor pensàti;
forsa mò ve mutati
de quel ch'avete pensato.

Nunzio
Tragon fuor li ladroni
che sian suoi compagnoni.
Popolo
De spine se coroni!

ché rege s'è chiamato.

Madonna
O figlio, figlio, figlio!

figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consigli
o al cor mio angustiato?

Figlio, occhi giocondi,
figlio, co' non respondi?

figlio, perché t'ascondi
dal petto o' se' lattato?

Nunzio
Madonna, ecco la cruce,

che la gente l'aduce,
ove la vera luce

dèi essere levato.

Madonna
O croce, que farai?

el figlio mio torrai?
e che ce aponerai
ché non ha en sé peccato ?

Nunzio
Succurri, piena de doglia,

ché 'l tuo figliol se spoglia;
e la gente par che voglia
che sia en croce chiavato.

Madonna
Se glie tollete 'l vestire,

lassàtelme vedire
come 'l crudel ferire
tutto l'ha 'nsanguinato.

Nunzio
Donna, la man gli è presa
e nella croce è stesa,

con un bollon gli è fesa,
tanto ci l'on ficcato!

L'altra mano se prende,
nella croce se stende,
e lo dolor s'accende,

che più è multiplicato.

Donna, li piè se prenno
e chiavèllanse al lenno,
onne iontura aprenno
tutto l'han desnodato.

Madonna
Ed io comencio el corrotto.

Figliolo, mio deporto,
figlio, chi me t'ha morto,
figlio mio delicato ?

Meglio averìen fatto

che 'l cor m'avesser tratto,
che, nella croce tratto,
starce descilïato.

Cristo
Mamma, o' sei venuta?
mortal me dài feruta,

ché 'l tuo pianger me stuta,
ché 'l veggio sì afferrato.

Madonna
Figlio, che m'agio anvito,

figlio, patre e marito,
figlio, chi t'ha ferito?

figlio, chi t'ha spogliato?

Cristo
Mamma, perché te lagni?
voglio che tu remagni,

che serve i miei compagni
ch'al mondo agio acquistato.

Madonna
Figlio, questo non dire,

voglio teco morire,
non me voglio partire,
fin che mò m'esce il fiato.

Ch'una agiam sepultura,

figlio de mamma scura,
trovarse en affrantura
mate e figlio affogato.

Cristo
Mamma col core affetto,
entro a le man te metto

de Joanne, mio eletto;
sia il tuo figlio appellato.

Cristo
Joanne, esta mia mate

tollela en caritate
aggine pietate

ca lo core ha forato.

Madonna
Figlio, l'alma t'è uscita,

figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossicato!


Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio
figlio a chi m'appiglio?
figlio, pur m'hai lassato.

Figlio bianco e biondo,
figlio, volto iocondo,
figlio, perché t'ha el mondo,
figlio, così sprezato?

Figlio, dolce e piacente,
figlio de la dolente,

figlio, hatte la gente
malamente treattato!

O Joanne, figlio novello,
morto è lo tuo fratello,
sentito aggio 'l coltello

che fo profetizzato.

Che morto ha figlio e mate
de dura morte afferrate,
trovarse abracciate
mate e figlio a un cruciato.



Jacopone Da Todi

lunedì 12 novembre 2007

Saffo

Eccomi qui con un altro testo. Questa volta andiamo nell'antica grecia con un testo incompleto di Saffo che parla di gelosia. Lo metto solo ora perchè sono stato un bel po' preso con teatro, scusate! :)


Mi sembra pari agli angeli quell’uomo che siede di fronte a te e vicino ascolta te che dolcemente parli
e ridi un riso che suscita desiderio. Questa visione veramente mi ha turbato il cuore nel petto: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire,
ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie
e su me sudore si spande e un temito mi afferra tutta e sono più verde dell’erba e poco lontana da morte sembro a me stessa.
ma tutto si può sopportare perchè...(mancante)



sabato 3 novembre 2007

Il ponte Mirabeau

Le pont Mirabeau di Apollinaire

Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Et nos amours
Faut-il qu’il m’en souvienne
La joie venait toujours après la peine

Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en voit je demeure

Les mains dans les mains restons face à face
Tandis que sous
Le pont de nos bras passé
Des éternels regards l’onde si lasse

Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en voit je demeure
L’amour s’en va comme cette eau courante
L’amour s’en va
Comme la vie est lente
Et comme l’Espérance est violente

Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en voit je demeure
Passent les jour et passent les semaines
Ni temps passé
Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine

Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en voit je demeure.


Traduzione:

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
Me lo devo ricordare
La gioia veniva sempre dopo il dolore
Venga la notte suoni l'ora
I giorni se ne vanno io rimango
Le mani nelle mani faccia a faccia restiamo
Mentre sotto
Il ponte delle nostre braccia passa
L'onda stanca degli eterni sguardi
Venga la notte suoni l'ora
I giorni se ne vanno io rimango
L'amore se ne va come come quest’acqua corrente
L'amore se ne va
Com'è lenta la vita
E come la Speranza è violenta
Venga la notte suoni l'ora
I giorni se ne vanno io rimango
Passano i giorni e passano le settimane
Né il tempo passato
Né gli amori ritornano
Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
Venga la notte suoni l'ora
I giorni se ne vanno io rimango

domenica 21 ottobre 2007

Forse la mia ultima lettera a Mehmet - Nazim Hikmet

Forse la mia ultima lettera a Mehmet (figlio)

Da una parte
gli aguzzini tra noi
ci separano come un muro.
D'altra parte
questo cuore sciagurato
mi ha fatto un brutto scherzo,
mio piccolo,
mio Mehmet
forse il destino
m'impedirà di rivederti.
Sarai un ragazzo, lo so,
simile alla spiga di grano
ero così quand'ero giovane
biondo, snello, alto di statura;
i tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
con dentro talvolta uno strascico amaro
di tristezza,
la tua fronte sarà chiara infinitamente
avrai anche una bella voce,
- la mia era atroce -
le canzoni che canterai
spezzeranno i cuori.
Sarai un conversatore brillante
in questo ero maestro anch'io
quando la gente non m'irritava i nervi
dalle tue labbra colerà il miele.
ah Mehmet,
quanti cuori spezzerai!
e' difficile allevare un figlio senza padre
non dare pena a tua madre
gioia non gliene ho potuta dare
dagliene tu.
Tua madre
forte e dolce come la seta
tua madre
sarà bella anche all'età delle nonne
come il primo giorno che l'ho vista
quando aveva diciassette anni
sulla riva del bosforo
era il chiaro di luna
era il chiaro del giorno,
era simile a una susina dorata.
Tua madre
un giorno come al solito
ci siamo lasciati: a stasera!
Era per non vederci mai più.
Tua madre
nella sua bontà la più saggia delle madri
che viva cent'anni
che dio la benedica.
Non ho paura di morire, figlio mio;
però malgrado tutto
a volte quando lavoro
trasalisco di colpo
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni e' difficile
non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all'uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzitutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell'animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell'uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia
che l'ombra e il chiaro
ti diano gioia
ma che soprattutto l'uomo
ti dia gioia.


La nostra terra, la turchia
e' un bel paese
tra gli altri paesi
e i suoi uomini
quelli di buona lega
sono lavoratori
pensosi e coraggiosi
e atrocemente miserabili
si e' sofferto e si soffre ancora
ma la conclusione sarà splendida.
Tu, da noi, col tuo popolo
costruirai il futuro
lo vedrai coi tuoi occhi
lo toccherai con le tue mani.
Mehmet, forse morirò
lontano dalla mia lingua
lontano dalle mie canzoni
lontano dal mio sale e dal mio pane
con la nostalgia di tua madre e di te
del mio popolo dei miei compagni
ma non in esilio
non in terra straniera
morirò nel paese dei miei sogni
nella bianca città dei miei sogni più belli.
Mehmet, piccolo mio
ti affido
ai compagni turchi
me ne vado ma sono calmo
la vita che si disperde in me
si ritroverà in te
per lungo tempo
e nel mio popolo, per sempre.

domenica 14 ottobre 2007

I manoscritti del diluvio

Pensavate che l'angolo poesia/letteratura fosse sparito? O meglio speravate che fosse sparito? eheh
E invece no.
Questa volta però riporto un monologo di un testo teatrale a me molto caro. Uno perchè l'ho portato in scena per una prova, due perchè l'autore è attualmente il mio drammaturgo contemporaneo ancora in vita preferito!
Buona lettura.

I manoscritti del diluvio
di Michel Marc Bouchard

Danny:Ho fatto l’amore, signor Samuel. Ho fatto l’amore, signor William. Finalmente ho fatto l’amore. Titolo. “Danny, il ragazzo solo finalmente ha fatto l’amore”. Ero triste dopo la collera del maestro. Lei, lei era un po’ in disparte rispetto agli altri, aveva un sorriso che pareva un gioiello. La luna rendeva la sua pelle ancora più bianca. Mi ha detto: “Vieni qui che ti conoslo”. Io mi sono spogliato e l’ho raggiunta nell’acqua. Avevo freddo alla punta delle ali. Le ho raccontato che avevo mangiato tutte le ostie. Lei mi ha detto: “Non sono praticante”. Io le ho detto: “Sei carina lo stesso”. Le nostre spalle si sono sfiorate. Mi ha chiesto di dirle qualcosa di dolce; io le ho sussurrato:
Sulla veranda una donna sonnecchia
Distesa, la camicetta slacciata
Il vento, il suo amante, la spoglia.
Come ti chiami? Io ho detto: Corbeau. Quello di Noè, quello che volò senza mai trovare la terra ferma. Io sono Colombo, quello che porta il ramo d’ulivo. Gabriele, quello della vergine. Icaro, quello del sole. Fenice, quello della resurrezione. Mercurio, quello dei messaggi. No. Io sono più di questo. Io sono Danny, Danny della sala di scrittura. E a quel punto le nostre spalle ancora...Mi lasci carezzare il tuo ventre? Solo per farmi piacere? Ti faccio paura? I miei vecchi dicono che sono bello. Per loro è facile. hanno la pelle come onde di sabbia. “Onde di sabbia” è una metafora. Tu mi trovi bello? Mi vuoi toccare per prima? Mi vuoi toccare lì dove abitano le ossessioni? Si, tocca. Tocca, tocca, tocca...Bello. Perchè mi hai toccato? Per dimenticare un altro? Tocchiamo gli altri per dimenticarne altri? Perchè era così bello? Perchè voglio che tu ricominci? Non toccherò mai più nessuno. Non ti dimenticherò mai. Posso toccarti là dove nascono le parole? Oggi Danny è entrato nella sala di scrittura e ha fatto l’amore.